L’EDITORIALE: DPCM o lock down?

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Di Marco CEVOLANI – Una delle tante abilità che appartengono alla classe politica nostrana è quella di saper giocare con le parole: quello che entrerà in vigore da domani nessuno lo chiama lock down, ma la differenza è veramente molto sottile.

·  Un DPCM, l’ennesimo, che tenta di mettere una pezza a mesi in cui la classe politica di cui sopra non ha saputo usare il tempo concesso dalla provvidenza per farci trovare pronti a questa seconda ondata. Un DPCM, di cui ormai si è già detto tutto, che fa venire in mente – e qualche appassionato di fantascienza potrà essere buon testimone – la società futuristica postulata da HG Wells, divisa tra eloi e morlock, noi abbiamo da una parte invece i necessari e i non necessari. Da un lato il mondo industriale e produttivo – certamente indispensabile alla prosperità di una paese come il nostro – e dall’altra i non necessari, tutte quelle partite iva che si trovano ora impossibilitate, in tutto o in parte, a svolgere la loro attività, con il primo che continua – e per fortuna – nella sua attività (ma che ha subito anch’esso mesi di duri sacrifici) e con le seconde che invece arrancheranno per un altro mese in attesa del ristoro governativo, che detta così suona un po’ meno della potenza di fuoco sbandierata mesi or sono. Sì perchè la sensazione è che solo chi “smartella i bulloni in fabbrica” sia considerato lavoratore, tutto il resto sono cose, ripetiamo, secondo loro, non necessarie. Qualcuno ha detto meglio tenere chiusi i bar che le scuole (a parte che alcune scuole chiuderanno ugualmente), ma i bar non sono entità astratte, c’è gente che ci lavora.

·   “Per un Natale più sereno” ha detto il Presidente del Consiglio…ma attenzione che dopo il Natale non arrivi la Befana con il carbone.

·  Si tratta di Dpcm durissimo “che rischia di dare il colpo di grazia a moltissime attività: al mondo della cultura e dello spettacolo, alla ristorazione, al settore dei congressi e degli eventi, agli stagionali e a tutti i liberi professionisti, agli artigiani e alle manifatture  che avevano fatto tutti gli investimenti necessari per riaprire in sicurezza. E poi le scuole che hanno fatto sacrifici nei mesi di chiusura per adeguare le classi, acquistando i banchi singoli: è un danno generazionale incommensurabile richiudere i ragazzi a casa.” (Prendo a prestito parole trovate sul web)

·  Al governo si chiede ora una cosa: non certo l’elemosina, ma che questi ulteriori 30 giorni e le settimane che ci separano al 31 gennaio 2021 siano usati per sistemare le cose che non sono andate bene fino ad ora. Perchè altrimenti i sacrifici saranno vani.

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