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Infarto, morti triplicate per colpa dei ritardi: 4 malati su 10 non vanno in ospedale per paura di Covid

DiGiuliano Monari

Gen 16, 2021

Troppi pazienti hanno paura d’andare il ospedale e contrarre Covid-19 per cui troppi sono stati e continuano essere i ritardi nelle cure di gravi patologie del cuore. Ritardi che possono costare la vita o compromettere irrimediabilmente l’efficacia delle terapie che, fino a prima dell’emergenza Coronavirus, garantivano a milioni di persone di superare malattie serie quali infarto o ictus e continuare ad avere una vita normale. Soprattutto in presenza dei primi sintomi di un problema coronarico, come un dolore di tipo costrittivo al torace o affanno del respiro, è opportuno rivolgersi al sistema dell’emergenza 118 senza timore perché gli ospedali hanno attivato percorsi separati per ridurre il rischio di infezione: la tempestività dell’intervento può fare la differenza fra la vita e la morte. E’ questo il messaggio al centro della campagna nazionale voluta dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise) per riportare in ospedale i pazienti cardiovascolari spaventati dal contagio da Covid-19, alla quale hanno aderito come testimonial l’attore Claudio Amendola e il campione olimpico e mondiale di pugilato Patrizio Oliva. «Le procedure urgenti vengono effettuate giorno e notte, in tutti i centri di riferimento per il trattamento invasivo delle patologie cardiovascolari – sottolinea Giuseppe Tarantini, direttore dell’Emodinamica e Cardiologia Interventistica dell’Azienda ospedaliera Università di Padova e presidente Gise -. L’ospedale resta luogo di cura e al suo interno viene presa ogni misura necessaria per la prevenzione delle infezioni, proteggendo i pazienti e gli operatori, mediante dettagliati protocolli di sicurezza».

Il pericolo: retrocedere 20 anni nei successi ottenuti

Le malattie del cuore interessano circa 7,5 milioni di persone in Italia. In 36 anni (1980-2016) la mortalità totale si è più che dimezzata e il contributo delle nuove terapie per le malattie cardiovascolari è stato quello che più ha influito su questa tendenza. Nello stesso periodo, la mortalità per le malattie ischemiche del cuore si è ridotta di circa il 68% e quella per patologie cerebrovascolari del 73%. Successi che rischiano di essere seriamente messi in discussione dalla pandemia.Già durante la prima ondata, nei mesi di marzo e aprile, si erano registrati una riduzione superiore al 50% dei ricoveri per infarto e il calo di circa un terzo delle ospedalizzazioni per scompenso cardiaco, anomalie del ritmo cardiaco e disfunzione di pacemaker e defibrillatori.«Covid-19 continua a mietere le sue vittime, ma le malattie cardiovascolari restano nettamente la prima causa di morte in Italia con 240mila decessi ogni anno e milioni di persone che nel nostro Paese hanno a che fare con problematiche legate alla salute del cuore – ricorda Giovanni Esposito, direttore di Cardiologia, Emodinamica e UTIC dell’Azienda ospedaliera Università Federico II di Napoli e presidente eletto Gise –. Persone che, in caso divengano positive al virus, sono a loro volta esposte a un maggior rischio di complicanze cardiovascolari e di ricovero in terapia intensiva e a una probabilità di decesso più che doppia (da 2 a 4 volte maggiore), rispetto a chi non ha problemi di questa natura. La diffidenza dei pazienti a rivolgersi alle strutture sanitarie, nonostante l’impegno a mantenere attivi tutti i percorsi di diagnosi e cura, di emergenza o urgenza, sta riportando il nostro Paese indietro di 20 anni sul tema della prevenzione delle patologie cardiovascolari».

Morti triplicate, complicanze raddoppiate

Numerosi studi nazionali e internazionali hanno documentato drammatici ritardi (associati ad un netto aumento di mortalità e complicanze) nel chiedere soccorso anche in caso di infarto acuto, che più di altre malattie cardiovascolari è una patologia strettamente tempo-dipendente: ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento di un infarto miocardico grave, la mortalità aumenta del 3% e un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può addirittura quadruplicare la mortalità. «Il cuore non aspetta – spiega Francesco Saia, della Cardiologia Policlinico Universitario Sant’Orsola Malpighi Bologna e coordinatore della campagna –: la nostra iniziativa contro la paura del contagio ospedaliero serve a contrastare, con l’aumento degli interventi tardivi, mortalità e complicanze. Gli accessi cardiologici in ospedale sono scesi mediamente del 40%, sono diminuiti fortemente i ricoveri per infarto acuto e le procedure di cardiologia interventistica strutturale transcatetere hanno registrato un crollo del 70%. Dalla primavera 2020 abbiamo avuto, a livello nazionale, una contrazione di tutti i trattamenti delle malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio e angina pectoris) e delle malattie cardiache strutturali (stenosi aortica, insufficienza mitralica, fibrillazione atriale e scompenso cardiaco). I dati riferiscono di morti per infarto triplicate, rispetto allo scorso anno, e di complicanze raddoppiate».

Interventi e ospedali sicuri: la campagna

La campagna, resa possibile grazie a un contributo non condizionato di Chiesi, è stata declinata attraverso la realizzazione della piattaforma www.sicurialcuore.ituno spot (guarda qui) che vede testimonial l’attore Claudio Amendola, un video-appello del campione olimpico e mondiale di pugilato Patrizio Oliva, alcune clip della società scientifica per spiegare l’attività nei reparti in era Covid-19 e un appuntamento virtuale per i pazienti previsto per il 1 febbraio alle ore 16 (per maggiori informazioni visitare questo link).«Tante patologie in era Covid-19 fanno fatica a ricevere cure adeguate, ma la Cardiologia Interventistica lavora a pieno regime e in piena sicurezza – conclude Tarantini -. I pazienti che manifestano sintomi di sofferenza cardiaca devono rivolgersi con fiducia alle cardiologie e alle Emodinamiche del nostro Paese: l’angioplastica coronarica e l’impianto di stent sono il primo e più efficace presidio di cura per l’infarto miocardico acuto. Inoltre, l’eccezionale sviluppo di tecniche mini-invasive transcatetere permette il trattamento di molte patologie cardiache, con un forte impatto su mortalità, morbilità e prognosi, sui tempi di ospedalizzazione e il rischio di complicanze rispetto agli interventi chirurgici tradizionali. E anche riducendo il peso su risorse come respiratori e letti di terapia intensiva, utili ai pazienti Covid. In piena pandemia le procedure percutanee che sostituiscono o riparano le valvole cardiache danneggiate sono pertanto assolutamente strategiche. La cardiologia interventistica italiana è un’eccellenza mondiale, ha scritto i protocolli di sicurezza contro il contagio per il resto del mondo e ha cambiato le linee guida internazionali per il trattamento dell’infarto. Non bisogna aver paura, il tempo è prezioso».

Fonte Il Corriere della Sera, ecco il link all’articolo originale

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