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Storia comune persicetana e centopievese: IL BOSCO DELLA LITE

DiVittorio Toffanetti

Feb 17, 2024
Foto e video dal cielo per immagini uniche e ad altezza ‘zero’ con droni cinewoop per filmati pieni di adrenalina …

Sul finire del sec. XII il Vescovo di Bologna, mediante separate concessioni
enfiteutiche ad renovandum (un antico istituto già noto al diritto Giustinianeo) aveva
riconosciuto ai persicetani e ai centopievesi il possesso e lo sfruttamento collettivo
delle terre incolte situate ai confini tra le due comunità rurali e attraversate dal Reno
(che a quell’epoca scorreva a ovest di Cento) e dal Samoggia (quest’ultimo verrà
immesso in Reno soltanto nell’a. 1341).
Con atto del 4 ottobre 1170 il Vescovo aveva concesso ai persicetani il gran
tenimento incolto di Villa Gotica e Morafosca, il cui confine orientale era indicato
nella Curte de Cento et Curte de Argele e che corrisponde oggi a tutto il settore
orientale del territorio di San Matteo della Decima, dalla Tenuta Fontana a sud, sino a
ridosso di Renazzo e Bevilacqua a nord.
Le terre concesse ai centopievesi con atto dell’11 aprile 1185 e successive
rinnovazioni, sono dette la Guardata Nova, Bosco di Boccacanale e, da ultimo, il
Malaffitto e corrispondono oggi alle frazioni centesi di Renazzo, Dodici Morelli,
Buonacompra e Casumaro, dove principalmente insistono le parti delle Partecipanze
agrarie di Cento e Pieve di Cento.
Il territorio era all’epoca ancora prevalentemente caratterizzato da estese valli, fitte
boscaglie, brughiere e ridotte radure pascolive ed improntato quindi ad una economia
ancora di tipo silvo-pastorale, fondata più sulla pastorizia che sull’agricoltura, e sullo
sfruttamento dell’incolto, mediante la caccia, la pesca, l’allevamento di gamberi, la
vallicoltura, la raccolta di legname per le costruzioni, della legna da ardere e dei frutti
spontanei del bosco

Sicché in origine i nuclei embrionali delle due comunità limitrofe, più che da coloni
agricoltori, erano composti da pastori, boscaioli, cacciatori, pescatori, allevatori di
gamberi e barcaioli.
Negli atti di concessione enfiteutica i confini tra i due tenimenti concessi
rispettivamente ai centopievesi e ai persicetani, entrambi situati a ovest del Reno,
erano indicati in modo piuttosto sommario.
Le tecniche di confinazione praticate allora dagli agrimensori del Vescovo, infatti,
erano assai rudimentali. Lungo il perimetro approssimativo venivano infisse a terra
croci di legno (cruces) sui dossi emergenti qua e là dalle acque (tombe) e si
praticavano tacche (guices) sui tronchi di salice o di pioppo (una guis facta est in uno
salice……et ibi sunt facte duo guices in uno albero posito a latere sero….).
Con simili tecniche era oggettivamente problematico confinare tra loro e delimitare
con esattezza in natura una valle e un bosco, oltretutto in una landa frequentemente
devastata e sconvolta dalle esondazioni del Reno e del Samoggia.
Era quindi inevitabile che, già a partire dall’a.1240 fra le due comunità di rustici
insorgessero controversie confinarie, le quali sfociavano spesso in veri e propri
scontri fisici cruenti, in saccheggi e azioni di rappresaglia, protrattesi per circa sei
anni.
Oggetto di controversia era in particolare il possesso da parte dei centopievesi di un
cospicuo tratto di boscaglia situato nella parte più occidentale del Malaffitto, sul
quale i persicetani rivendicavano il proprio diritto esclusivo, in quanto a loro dire
detto bosco (il Bosco di Boccacanale?) era compreso nel territorio di Villa Gotica e
Morafosca oggetto della concessione enfiteutica del 4 ottobre 1170, innanzi citata.

Il Vescovo di Bologna Ottaviano, che già nell’a. 1223 aveva perduto la signoria
feudale su San Giovanni in Persiceto a favore del potente Comune di Bologna,
minacciò i persicetani di revocare la concessione dell’a. 1170 adducendo a pretesto le
loro sistematiche inadempienze nel pagamento del canone annuo in danaro e della
decima del legname.
Di fronte al grave rischio, il 24 agosto 1246 la comunità di Persiceto accettò di
sottoscrivere un accordo e si rassegnò a cedere ai centopievesi il possesso del bosco
conteso, detto il “bosco della lite”, ottenendone però in affitto una parte della
lunghezza di 384 pertiche di dieci piedi (m. 1340 circa).
Ma fonti documentali di poco successive riportano ancora notizie di controversie
confinarie in atto tra centopievesi e persicetani per il possesso delle aree boschive,
nelle quali ciascuna parte lamenta che l’altra continui abusivamente a buschizare, vel
sterpare, vel incidere sive uti, vel ligna exportare de terris et nemoris positis infra
confines designatos.
Oggetto di contestazione, tuttavia, non erano più soltanto i diritti di caccia e di
pascolo, l’approvvigionamento del legname da costruzione, di legna da ardere e in
genere la raccolta dei frutti spontanei del bosco, come in passato.
Ciò che le due comunità ora avevano di mira e si contendevano erano le terre che il
bosco ricopriva, che dovevano essere disboscate, estirpate, dissodate e piegate
all’aratro. Ciò che le spingeva ormai, era evidentemente un crescente fabbisogno
alimentare, per fronteggiare il quale occorreva liberare dall’incolto estensioni sempre
maggiori di terre vergini, dalla ancora intatta fertilità naturale, da destinare alla
produzione di cereali

Il Vescovo di Bologna Ottaviano, che già nell’a. 1223 aveva perduto la signoria
feudale su San Giovanni in Persiceto a favore del potente Comune di Bologna,
minacciò i persicetani di revocare la concessione dell’a. 1170 adducendo a pretesto le
loro sistematiche inadempienze nel pagamento del canone annuo in danaro e della
decima del legname.
Di fronte al grave rischio, il 24 agosto 1246 la comunità di Persiceto accettò di
sottoscrivere un accordo e si rassegnò a cedere ai centopievesi il possesso del bosco
conteso, detto il “bosco della lite”, ottenendone però in affitto una parte della
lunghezza di 384 pertiche di dieci piedi (m. 1340 circa).
Ma fonti documentali di poco successive riportano ancora notizie di controversie
confinarie in atto tra centopievesi e persicetani per il possesso delle aree boschive,
nelle quali ciascuna parte lamenta che l’altra continui abusivamente a buschizare, vel
sterpare, vel incidere sive uti, vel ligna exportare de terris et nemoris positis infra
confines designatos.
Oggetto di contestazione, tuttavia, non erano più soltanto i diritti di caccia e di
pascolo, l’approvvigionamento del legname da costruzione, di legna da ardere e in
genere la raccolta dei frutti spontanei del bosco, come in passato.
Ciò che le due comunità ora avevano di mira e si contendevano erano le terre che il
bosco ricopriva, che dovevano essere disboscate, estirpate, dissodate e piegate
all’aratro. Ciò che le spingeva ormai, era evidentemente un crescente fabbisogno
alimentare, per fronteggiare il quale occorreva liberare dall’incolto estensioni sempre
maggiori di terre vergini, dalla ancora intatta fertilità naturale, da destinare alla
produzione di cereali.
Anche nel nostro territorio in definitiva, sia pure con sensibile ritardo rispetto ad altre
regioni dell’Italia settentrionale e dell’Europa occidentale e centrale, l’attività
agricola vera e propria tendeva ad assumere un ruolo prevalente rispetto alle
tradizionali attività dell’allevamento brado di porci e ovini, della caccia, della pesca e
dell’allevamento di gamberi, che pure continuavano a praticarsi.
Secondo una felice immagine “il paesaggio era visto ormai sempre più con l’ottica
del contadino, sempre meno con quella del pastore e del cacciatore, abituati a
misurare i boschi a numero di porci che potevano nutrire”.
Le stesse signorie feudali del Vescovo di Bologna e dell’Abate di Nonantola erano
indotte a favorire i disboscamenti, dalla raggiunta consapevolezza dei ben maggiori
profitti che sarebbero loro derivati dal progressivo estendersi delle terre coltivate ai
danni degli spazi incolti, in termini di canoni in danaro e di quote parziarie dei
prodotti (decimae) esigibili dalle comunità rurali sottomesse.
Esplicita in tal senso è la concessione enfiteutica della Guardata Nova a ovest del
Reno fatta ai centopievesi nell’a. 1255, nella quale il Vescovo di Bologna si riserva la
metà del legname che si ricaverà tempore incisionis, ed auspica che i coloni quanto
prima Guardatam possint trahere ad campum, cosicchè siano poi tenuti a decimas
praestare et exibere in campo.
Vaste pezze di terre acquitrinose vengono sottratte alla valle erigendo palizzate o
argini di sbarramento e contenimento delle acque. Squadre di coloni muniti di vanghe
e zappe vengono mobilitate per lo scavo di fossette e canali di scolo (scoladighi), per
il loro periodico espurgo, ad evitare che si interrino e per rinforzare la arginature.
Così già sul finire del sec.XIII l’intensa, quasi febbrile attività collettiva
delle due comunità consente di ottenere i primi risultati, ricavando
estensioni crescenti di terre arative per la produzioni di cereali e fieno in
quelle che nei documenti dell’epoca vengono chiamate possessiones
laboratorias Communi S. Jhoannis in Perseceto, et hominum Centi et
Plebi